L’annunciata chiusura, riportata da diverse testate giornalistiche, di una libreria storica come quella gestita da Daniela Bonazinga, è sempre una pugnalata al cuore, ma anche qualcosa di più grave.
È un segnale d’allarme che spesso ignoriamo. Non chiude solo un esercizio commerciale, chiude un luogo di relazione, di formazione silenziosa, di libertà di pensiero.
Chiude uno spazio dove la cultura non era consumo rapido, ma scelta, dialogo, scoperta.
In una libreria si impara a sostare, a dubitare, a cercare.
È un presidio civile prima ancora che culturale, soprattutto in una città come Messina che fatica a trattenere giovani e quindi idee e futuro.
Ogni serranda abbassata è una resa collettiva delle istituzioni che non proteggono, di una comunità che spesso si accorge della perdita solo quando è troppo tardi.
Sostituire una libreria con l’ennesimo localino o con il vuoto non è progresso, è impoverimento.






