C’è una parola che, evidentemente, dalle parti di Cateno De Luca va particolarmente di moda: “traditori”.
La si legge con una certa disinvoltura sulle pagine del suo movimento, generalmente riferita a esponenti politici che hanno avuto l’ardire di prendere strade diverse da quella indicata dal leader. E, guarda caso, molti di questi personaggi potrebbero essere suoi concorrenti nella prossima tornata elettorale.
“Quoque tu, fili mi?” verrebbe da dire. Anche se, a giudicare dalla storia politica del nostro, la domanda potrebbe essere leggermente riformulata: ma davvero proprio tu vieni a parlarci di tradimenti politici?
Perché qui la memoria sembra diventare improvvisamente corta.
Conosciamo bene i numerosi passaggi, le alleanze, le rotture e le successive ricomposizioni che hanno caratterizzato il percorso politico di Cateno De Luca. Un curriculum politico certamente legittimo, per carità. Ma che rende quantomeno curioso il ruolo di professore di fedeltà politica assunto oggi nei confronti degli altri.
E c’è persino la parentesi della Lega.
Sì, proprio quella Lega che, ricordiamolo, apparteneva a un universo politico tutt’altro che sovrapponibile a quello nel quale De Luca si colloca oggi. E allora viene spontaneo chiedersi: quella era una scelta politica lungimirante? Una parentesi? Un’alleanza tattica? Un errore? Una necessità del momento?
Qualunque sia la risposta, una cosa è certa: la politica conosce pochi santi e moltissimi convertiti.
Il problema, dunque, non è cambiare idea. Non è cambiare partito. Non è cambiare alleanza.
Il problema è pretendere di avere il monopolio della coerenza e contemporaneamente distribuire patenti di tradimento agli altri.
Ed è qui che la vicenda assume contorni quasi grotteschi.
Perché se si decide di aprire il libro dei “tradimenti”, sarebbe opportuno ricordarsi che quel libro non ha una sola pagina. E soprattutto che non è detto che il segnalibro sia stato messo sempre dalla parte degli altri.
Il movimento dei “purissimi”
La cosa diventa ancora più divertente quando si osserva la composizione di quella che oggi viene raccontata come una sorta di comunità politica immacolata, compatta e coerente da sempre.
Peccato che la politica siciliana sia un gigantesco incrocio di strade, e che dentro quelle strade ci siano transitati, negli anni, personaggi provenienti da esperienze, partiti e schieramenti differenti.
Altro che “transfughi”.
Qui parliamo di pezzi da novanta.
Prendiamo l’attuale sindaco di Messina, il cui percorso politico ha conosciuto una precedente vicinanza e militanza nell’area riconducibile a Beppe Picciolo, già deputato regionale e leader dei Democratici e Riformisti, poi confluiti nell’esperienza di Sicilia Futura.
Nulla di scandaloso, naturalmente.
Anzi, è esattamente così che funziona la politica: si aderisce a un progetto, lo si lascia, se ne abbraccia un altro, si costruiscono nuove alleanze.
Ma allora perché ciò che per alcuni viene considerato evoluzione politica, per altri dovrebbe diventare improvvisamente tradimento?
E poi c’è Laura Castelli, oggi vicesindaco e presidente di Sud chiama Nord. Anche qui la biografia politica parla da sola: eletta alla Camera con il Movimento 5 Stelle, ha successivamente seguito Luigi Di Maio nella nuova esperienza di Insieme per il Futuro.
E adesso passiamo agli assessori. Perché la lista è lunga…
Ma se davvero vogliamo giocare al gioco del “chi è stato dove”, allora facciamolo fino in fondo.
Passiamo, per esempio, a qualche assessore del Comune di Messina. Perché anche qui la storia politica di molti protagonisti racconta percorsi decisamente più articolati di quanto la parola “traditore” lasci intendere.
Cominciamo da Vincenzo Caruso. Alle elezioni amministrative del 2018 si candidò al Consiglio comunale, senza ottenere il seggio. Ma non lo fece tra le fila di De Luca: era candidato nel campo del centrosinistra, a sostegno di Antonio Saitta.
Oggi, naturalmente, il quadro politico è diverso. E ancora una volta non c’è nulla di scandaloso: la politica cambia, le persone fanno scelte diverse e le coalizioni si trasformano.
Ma allora perché ciò che è normale per alcuni dovrebbe diventare una colpa politica per altri?
Poi troviamo Massimo Finocchiaro, che ha ricoperto il ruolo di coordinatore provinciale del Megafono, il movimento politico dell’ex presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta.
Anche in questo caso, una storia politica che appartiene a un’altra stagione, a un’altra collocazione e a un’altra esperienza.
E arriviamo a Nino Carreri, oggi anche coordinatore del movimento a Messina. La sua esperienza politica passa anch’essa attraverso i Democratici e Riformisti e Sicilia Futura, dopo un percorso che lo ha visto prima consigliere di quartiere e poi consigliere comunale.
Ancora una volta: percorsi differenti, esperienze differenti, approdi differenti.
Ma evidentemente, quando si arriva alla propria squadra, la parola “transito” acquista un significato nobile. Quando riguarda gli altri, improvvisamente diventa “tradimento”.
E non è finita.
C’è Letteria Cannata, candidata al Consiglio comunale alle amministrative del 2018 con la lista “Diventerà Bellissima”, il movimento che faceva riferimento a Nello Musumeci. Un’altra esperienza politica, un’altra area, un’altra storia.
Potremmo fermarci qui.
Ma sarebbe un peccato, perché manca ancora un nome tutt’altro che marginale: quello dell’onorevole Francesco Gallo.
La sua storia politica attraversa decenni della politica italiana e siciliana. Gallo ha iniziato la propria attività nella Democrazia Cristiana, all’interno della quale fu delegato provinciale del Movimento Giovanile. Dopo lo scioglimento della DC, il percorso è proseguito attraverso il Partito Popolare Italiano, quindi La Margherita di Francesco Rutelli.
Successivamente è arrivata l’esperienza amministrativa nella giunta comunale di centrosinistra guidata da Francantonio Genovese. Nel 2007 l’adesione al Partito Democratico, del quale nel 2010 è stato eletto segretario provinciale di Messina.
Una storia politica lunga, articolata, fatta di partiti, correnti, esperienze amministrative e cambiamenti di scenario.
Insomma, proprio quella cosa che in politica si chiama storia.
E allora, chi sono i “traditori”?
La domanda, a questo punto, viene quasi da sola.
Se basta aver militato, candidato o amministrato in un’altra area politica per essere definiti “traditori”, allora bisognerebbe riscrivere una buona parte della storia politica messinese degli ultimi trent’anni.
E non basterebbero certo un paio di post sui social o un’inchiesta giornalistica vecchio stile.
Servirebbero decine e decine di pagine.
Potremmo continuare con sindaci, assessori, consiglieri comunali e di quartiere, deputati regionali, amministratori di altri Comuni, membri di partecipate, candidati alle scorse elezioni e magari anche candidati alle prossime.
Potremmo ricostruire chi era con chi, chi sosteneva chi, chi si è candidato con una lista e poi con un’altra, chi ha cambiato partito, chi ha cambiato movimento, chi ha cambiato coalizione e chi, semplicemente, ha ritenuto che un progetto politico fosse arrivato al capolinea.
Ma non serve.
Avete già compreso tutto.
Perché il punto non è stabilire chi abbia cambiato strada più volte.
Il punto è molto più semplice: in politica quasi nessuno arriva da Marte.
Quasi tutti hanno una storia. Quasi tutti hanno avuto precedenti esperienze. Quasi tutti, prima o poi, hanno stretto una mano, sostenuto una candidatura, aderito a un partito o condiviso un progetto politico che successivamente hanno abbandonato.
E allora sarebbe forse più serio smettere di utilizzare la parola “traditore” come una clava elettorale.
Perché se la si usa contro l’avversario, bisogna essere pronti ad applicarla anche alla propria storia politica.
Altrimenti non è coerenza.
È semplicemente propaganda.
E soprattutto, caro De Luca, c’è una regola elementare che vale per tutti: chi vive in una casa costruita con molte porte non dovrebbe prendere in giro chi decide di attraversarne una.
La prossima volta, prima di distribuire patenti di fedeltà, sarebbe forse opportuno controllare chi siede nelle prime file della propria assemblea.
Perché il problema non è quanti abbiano cambiato casacca.
Il problema è pretendere di essere l’unico autorizzato a cambiare uniforme.
E questa, più che politica, comincia a sembrare una forma piuttosto particolare di araldica.
Con tanto di stemma, naturalmente.
E con la memoria rigorosamente a senso unico.
E infine, onorevole De Luca, ha forse dimenticato l’articolo 67 della Costituzione italiana che stabilisce il divieto di mandato imperativo? Un principio generale dell’ordinamento democratico, valido per qualsiasi assemblea elettiva e non solo per il parlamento. I nostri padri costituenti l’hanno forgiato e impresso nella nostra costituzione per proteggere la democrazia e la libertà di pensiero. Proprio per quelli che avrebbero parlato di tradimento del mandato popolare, proprio per casi come questi.







