L’accordo tra Cateno De Luca e Giorgia Meloni ridisegna gli equilibri in vista delle Politiche del 2027. Sud chiama Nord correrà con il centrodestra a livello nazionale, mentre per le regionali siciliane De Luca rivendica autonomia. Una scelta che mette il centrosinistra davanti a una responsabilità politica precisa: puntare su Ismaele La Vardera e Controcorrente per costruire un’alternativa credibile alla destra.
Il sindaco di Taormina, tuttavia, sostiene che l’intesa non riguardi le regionali siciliane, per le quali rivendica mani libere e la possibilità di proseguire con il proprio progetto civico e autonomista. Una distinzione formalmente legittima, ma politicamente significativa, perché pone una domanda alla quale il centrosinistra non può più sottrarsi: come si costruisce un’alternativa nazionale alla Meloni se una forza che ha sempre rivendicato la propria indipendenza sceglie di allearsi con la premier alle Politiche?
Per anni De Luca ha costruito la propria identità politica sulla contrapposizione ai partiti tradizionali, rivendicando capacità amministrativa, autonomia e una forma di civismo svincolata dagli schieramenti nazionali. Oggi, però, Sud chiama Nord individua nel centrodestra il proprio interlocutore per la competizione nazionale, giustificando la scelta anche con le risposte ottenute sul tema delle risorse per i Comuni. È una motivazione che può essere discussa nel merito, ma non cancella il significato politico dell’accordo. Si può sostenere una coalizione a Roma e presentarsi come alternativa alla stessa area politica a Palermo? Formalmente sì, ma gli elettori hanno il diritto di chiedersi quale sia il progetto complessivo e dove passino i confini delle alleanze. Il punto non è negare a De Luca la libertà di scegliere i propri compagni di viaggio, bensì valutare la coerenza delle sue scelte e le conseguenze che producono.
I numeri spiegano perché la Sicilia è decisiva
La questione non riguarda soltanto gli equilibri politici, ma anche la capacità di trasformare i consensi in una maggioranza. Alle elezioni politiche del 2022, in Sicilia, il centrodestra ottenne circa il 36% dei voti alla Camera e il 35,02% al Senato. Il centrosinistra tradizionale si fermò al 16,13% al Senato, mentre il Movimento 5 Stelle, presentatosi separatamente, raccolse il 27,23%. Alle europee del 2024, Forza Italia raggiunse il 23,73%, Fratelli d’Italia il 20,19%, il Movimento 5 Stelle il 16,05% e il Partito democratico il 14,35%. A completare il quadro c’è il dato dell’affluenza: appena il 38% alle europee del 2024, dopo il 48,62% registrato alle regionali del 2022. Percentuali che, pur riferendosi a consultazioni differenti e non sommabili automaticamente, mostrano quanto siano frammentati gli orientamenti elettorali nell’isola e quanto sia difficile per il centrosinistra costruire una proposta competitiva limitandosi agli accordi tra i partiti tradizionali.
La Sicilia rappresenta quindi un terreno strategico per chiunque voglia contendere al centrodestra il governo del Paese. Il radicamento territoriale, le reti civiche, la credibilità dei candidati e la capacità di intercettare gli elettori delusi possono incidere profondamente sul risultato. Non basta sommare le percentuali ottenute da partiti diversi in elezioni precedenti: occorre costruire una proposta politica capace di convincere chi oggi non vota, chi non si riconosce nelle strutture tradizionali e chi chiede risposte concrete su lavoro, servizi pubblici, infrastrutture, sviluppo e legalità. È proprio in questo spazio che il campo largo deve dimostrare di saper andare oltre la semplice somma delle sigle.
La Vardera e Controcorrente: l’occasione che il centrosinistra non deve sprecare
In questo scenario, la candidatura di Ismaele La Vardera alla presidenza della Regione Siciliana assume un significato che supera i confini della competizione regionale. Controcorrente può rappresentare uno spazio politico per quanti non si riconoscono pienamente nei partiti tradizionali, ma non vogliono consegnare la Sicilia al centrodestra. Legalità, trasparenza, qualità dei servizi e discontinuità amministrativa sono temi capaci di parlare a un elettorato più ampio di quello abitualmente rappresentato dalle forze progressiste. La candidatura di La Vardera è una possibilità politica che il centrosinistra dovrebbe valutare senza pregiudizi e senza il timore di riconoscere il ruolo di una forza autonoma.
La lezione delle precedenti elezioni siciliane è che il consenso alternativo alla destra non coincide automaticamente con quello del Partito democratico e non può essere considerato acquisito dal Movimento 5 Stelle o da altre formazioni. Per questo La Vardera non dovrebbe essere trattato come un problema da gestire, ma come un interlocutore con cui confrontarsi apertamente su programma, alleanze e capacità di allargare la coalizione. Se il centrosinistra ritiene che esista una candidatura più competitiva, lo dimostri attraverso un confronto trasparente e dati attendibili. Se invece l’obiettivo è vincere, non può permettersi di escludere a priori una proposta che potrebbe contribuire a mobilitare elettori oggi lontani dalla politica tradizionale. Il vero errore sarebbe sacrificare questa opportunità per conservare gli equilibri interni dei partiti, trasformando ancora una volta la scelta del candidato in una trattativa tra gruppi dirigenti in un salotto romano.
La Sicilia come laboratorio nazionale
Una coalizione capace di unire le forze progressiste, il Movimento 5 Stelle, le esperienze civiche e le energie che si riconoscono in Controcorrente potrebbe dimostrare che esiste un’alternativa competitiva anche in territori nei quali il centrodestra dispone di un radicamento significativo. Al contrario, divisioni, veti incrociati e candidature imposte dall’alto rischierebbero di lasciare campo libero agli avversari, proprio mentre questi ultimi cercano di consolidare nuove alleanze.
La partita per Palazzo Chigi passa inevitabilmente dalla Sicilia, dove si misura la capacità di costruire un’alternativa credibile in una regione decisiva per gli equilibri del Mezzogiorno. Ismaele La Vardera e Controcorrente possono rappresentare una parte importante di questa sfida, ma spetta all’intero campo largo dimostrare di saper trasformare le differenze in una proposta comune e vincente.





