C’è una domanda politica che attraversa in queste settimane il dibattito siciliano e che riguarda il futuro dell’opposizione e, più in generale, la possibilità di costruire un’alternativa alla destra alla guida della Regione: davvero la Sicilia può permettersi, ancora una volta, di scegliere il proprio futuro attraverso gli equilibri romani, le geometrie dei partiti e le candidature costruite a tavolino?
La questione non riguarda soltanto il nome di un candidato. Riguarda il modo in cui il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e le altre forze del campo progressista intendono affrontare una regione che da troppo tempo chiede una discontinuità reale.
Sul tavolo c’è una candidatura già dichiarata: quella di Ismaele La Vardera, deputato regionale e leader di Controcorrente. La Vardera ha annunciato la propria candidatura alla presidenza della Regione, dichiarando di mettere il proprio percorso a disposizione del fronte progressista.
Ed è proprio da qui che nasce una domanda destinata a pesare nel dibattito politico delle prossime settimane: perché non partire da ciò che già esiste invece di ricominciare ogni volta da una trattativa tra sigle?
La Vardera non è un nome calato dall’alto. È già dentro l’Assemblea regionale siciliana, dove siede nella XVIII legislatura e dove dal luglio 2026 guida il gruppo parlamentare Controcorrente. Il suo percorso istituzionale comprende anche la vicepresidenza della Commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione, e adesso, dopo una dura battaglia di legalità, in commissione bilancio.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione: la candidatura è già entrata nel dibattito pubblico siciliano, mentre il campo progressista deve ancora definire il proprio percorso. Una situazione che non può essere risolta semplicemente ignorando ciò che è già accaduto.
LA SICILIA E LA LEZIONE DI CANEPA
Quasi ottantacinque anni fa Antonio Canepa, nel suo pamphlet La Sicilia ai Siciliani, scriveva della necessità che i siciliani prendessero coscienza della propria condizione e del proprio destino.
Il testo nasceva in un contesto storico completamente diverso e dentro una prospettiva indipendentista che non può essere sovrapposta alla politica democratica di oggi. Ma alcune domande sulla dignità, sull’autonomia e sulla capacità dei siciliani di decidere del proprio futuro conservano una forza che va oltre quella stagione.
«La Sicilia è un’isola. Da ogni parte la circonda il mare», scriveva Canepa, utilizzando la geografia come punto di partenza della propria riflessione.
Oggi non si tratta di separare la Sicilia dall’Italia. Si tratta di una cosa molto più semplice: smettere di considerare la Sicilia come una periferia politica alla quale indicare, da lontano, ciò che deve fare.
La Sicilia ha bisogno di una politica capace di parlare ai siciliani prima ancora che alle segreterie nazionali.
Canepa denunciava una responsabilità interna, scrivendo che «la circostanza più grave è che la Sicilia è stata maggiormente trascurata da quegli stessi suoi figli che pervennero ai più alti fastigi del potere e del sapere».
È proprio questo il punto sul quale la candidatura di La Vardera dovrebbe essere discussa: non come una candidatura già decisa, ma come una proposta politica concreta che il campo progressista deve avere il coraggio di affrontare senza pregiudizi.
Non è un mistero che oggi esistano ipotesi diverse. Il dibattito sul candidato alla presidenza della Regione è aperto e comprende anche altre candidature e la possibilità di primarie.
Ma proprio per questo occorre uscire dalla logica secondo cui il candidato debba necessariamente essere individuato attraverso il vecchio equilibrio tra partiti.
Prima vengono i siciliani. Poi vengono le sigle.
Se PD e Movimento 5 Stelle vogliono costruire un’alternativa alla destra, dovranno inevitabilmente confrontarsi con il civismo, con le esperienze territoriali e con quelle realtà che hanno dimostrato di saper intercettare una parte dell’elettorato che non si riconosce più nei partiti tradizionali.
Controcorrente è una di queste realtà, e La Vardera è oggi il volto istituzionale di quel percorso.
Questo non significa che una candidatura debba essere accettata per automatismo. Significa, al contrario, che deve essere valutata per ciò che rappresenta, per il programma che propone, per la capacità di costruire una coalizione e per il consenso che riesce a mobilitare.
E se il centrosinistra vuole davvero parlare di cambiamento, trasparenza, legalità, competenza e partecipazione, allora questa discussione non può essere rinviata.
IL NODO POLITICO
La questione, dunque, non è soltanto il nome di chi guiderà la coalizione.
È il metodo con cui quel nome verrà individuato.
Sarà la Sicilia a costruire la propria proposta politica, oppure saranno ancora una volta le segreterie nazionali a decidere quale nome sottoporre ai siciliani?
È questa la domanda che il campo progressista dovrebbe affrontare senza scorciatoie.
Perché una nuova stagione politica siciliana può nascere soltanto se la Sicilia viene messa al centro.
E forse, rileggendo oggi quelle parole di Canepa, la lezione più attuale non è quella dell’indipendentismo, ma quella della responsabilità.
La Sicilia deve tornare a parlare con la propria voce.
E quella voce, prima di ogni partito, prima di ogni coalizione e prima di ogni candidatura, appartiene ai siciliani.
QUESTO APPELLO PARTE DA MESSINA
Parte da una città che conosce sulla propria pelle il prezzo della divisione.
Alle ultime elezioni amministrative, la discussione sul nome del candidato sindaco e le divisioni che ne sono conseguite hanno contribuito, secondo una lettura politica condivisa da diverse componenti del centrosinistra, a un risultato elettorale pesantemente negativo.
Messina dovrebbe bastare come lezione.
Non possiamo permettere che la stessa dinamica si ripeta su scala regionale, per l’ennesima volta.
Arrivare alle elezioni con più candidature contrapposte, veti incrociati e ciascuna componente impegnata a difendere il proprio spazio politico significherebbe riproporre una dinamica che la politica siciliana conosce fin troppo bene.
La candidatura di La Vardera rappresenta, in questo quadro, una delle proposte concrete già presenti nel dibattito siciliano. Può essere discussa, confrontata e sottoposta al giudizio della coalizione e degli elettori. Ma non può essere semplicemente ignorata.
Perché il punto non è soltanto scegliere un candidato. È decidere se questa volta la politica siciliana saprà mettere davanti alle proprie divisioni il futuro della Regione.





